TRINITARIETÀ – LEGGE DELL’ESISTENZA (di A. Angelini – Kemi Hathor 1984)

Solfo, Mercurio e Sale sono i simboli alchemici delle tre forme costitutive di ogni ente: positivo, negativo e neutro

Il problema dell’unitarietà della Sostanza e della trinitarietà degli Esseri, o dell’Esistenza, è sempre stata alla base della metafisica e della scienza antiche. Soprattutto la concezione trinitaria dell’esistenza è stata al centro di ogni filosofia, sia occidentale che orientale, poiché su questo principio si basa il problema della conoscenza. Infatti, a una prima analisi approssimata, il nostro sistema conoscitivo razionale, cerebrale, deterministico,non potrebbe esistere se non potessimo emettere un giudizio, che è frutto dell’incontro tra una affermazione ed una negazione. Questo presuppone l’esistenza di una Positività e di una Negatività, che danno origine ad un Neutro, e quando la Positività si incontra con la Negatività, o anche quando l’Azione si trova di fronte alla Reazione dal loro intimo contatto nasce la Neutralità, che, pur partecipando di entrambi, non è né un positivo né un negativo, ma è la risultante concreta del loro connubio.
Il giudizio, quindi, è la somatizzazione, la messa a terra, che fa seguito ad un raffronto tra due enti impersonali di cui ci sfugge, razionalmente, la natura, perché .al di sopra dei nostri sensi.
Per cui, quando noi ragioniamo, diamo corpo ad un processo introspettivo ed il giudizio che emettiamo è la risultante di un profondo lavorio che avviene a monte e che poi esce alla luce, visibile e comprensibile per tutti. Il terzo principio, figlio dei due, risulta essere una fissazione, una concretizzazione di due principi inafferrabili nella loro essenza, ma la cui presenza viene denunciata dal corpo concreto che è derivato dall’unione dei due. Il Sale che deriva dall’azione di un Acido coagulante con una Base alcalina, coagulabile, contiene in sé, come individuo specifico, entrambi i rapporti che l’hanno generato.
In termini alchimici diremo che con il Sale si forma un portatore materiale di due energie, l’una ad aspetto maschile attiva, l’altra ad aspetto femminile, passi-va, che subisce. E senza questa premessa non può esistere conoscenza.
Da ciò se ne deduce che ogni ente che entra in manifestazione, sia esso fisico o psichico, concreto o concettuale, è un Unità Ternaria, e parlando di Ternario noi soddisfiamo la nostra comprensione cerebrale, in quanto sotto questo punto di vista ogni cosa, ogni individuo concreto risulta essere una Trinità, e per conoscerlo dobbiamo osservarlo e considerarlo come tale.
In campo energetico l’incontro del campo elettrico con quello magnetico produce la vibrazione che noi possiamo osservare con i nostri occhi sotto forma di luce, svelare con i nostri apparecchi (se la vibrazione esce dal campo del visibile) o utilizzare come fonte di energia. E siccome i due campi si presentano perpendicolari tra di loro, essi formeranno una croce: una linea verticale, positiva che incontra quella orizzontale, negativa. In tal senso la croce diviene sinonimo di vita, di manifestazione, di conoscenza oggettiva, per cui il Sale, principio risultante, sarà il principio che si troverà crocefisso nella manifestazione, impedito di ogni libertà in quanto frutto deterministico di due principi per se stessi liberi.
Il Sale, frutto di questi due principi astratti, viene a rappresentare la sintesi di una espressione funzionale, un sunto di forze che spingono la Sostanza a rendersi manifesta nella forma. E perciò il Sale evoca in sé un processo genetico che sfugge alla nostra comprensione, ed in quanto sintesi viene a rappresentare un simbolo che raccoglie in sé due impulsioni, l’una attiva, l’altra passiva, che originano l’essere e che determinano, nel tempo stesso, le caratteristiche dell’essere che si forma.
Ciò che noi chiamiamo simbolo, i vecchi alchimisti lo designarono con il termine di signatura, la quale, contrariamente a quanto si afferma, risulta essere il simbolo labile, passeggero, che rappresenta la funzione che si incarna.
Quindi gli enti in manifestazione sono simboli, segnature che si formano dall’incontro e dal reciproco annullamento delle due forze.
Con ciò il termine signatura viene ad assumere un significato molto più ampio rispetto a quello attribuitogli dai chiosatori dell’alchimia, in quanto signatura e simbolo risultano essere sinonimi.
Se la nostra coscienza si sofferma solo sull’analisi della signatura in sé e per sé, senza avvertire che essa è il risultato di un incontro di due forze metafisiche, si determina il tipo di conoscenza sperimentale che si ferma soltanto al lato materiale, sensibile delle cose. Ne risulta una conoscenza di superficie, che sfiora il perimetro dell’ente, che analizza i particolari esteriori senza avere la possibilità di entrare in esso ed avvertire la sua intima essenza, impossibilitata a conoscere le forze che sono alla sua base e che l’hanno portato in manifestazione. Questa è la posizione che assume il Faraone egizio, come possiamo osservare indagando l’egittologia, quando deve trattare gli affari terreni, concreti, seduto in trono, con lo scettro ed flagello incrociati sul petto. Scettro: la potenza attiva della Natura, che il Re porta nella mano sinistra, la mano che l’alchimista tende verso il cielo come un’antenna, per ricevere. Flagello: la potenza reattiva, che veniva portata nella mano destra, la mano della realizzazione, con cui si scrive, si lavora, si ordina.
È la formazione della Croce, dove il fallo incontra la “cteis” in un atto creativo, dove la negazione e l’affermazione si incontrano per esprimere un giudizio che deve avere carattere definitivo, fisso, e che il Faraone simboleggiava in un atto analogico.
Comunque questo tipo di conoscenza di superficie può essere trasceso verso una conoscenza di volume qualora la signatura venga considerata non più fine a se stessa, ma come veicolo che sappia trasmettere tutte le analogie che discendono da quei Principi Astratti. In questo caso i particolari di superficie perdono di importanza, l’ente non lo si considererà più come crocefisso, immobile, ma portatore di forze che si legano virtualmente a tutte le Funzionalità analogiche con cui esso è legato. Il Faraone, in tal caso, dovendo trattare con i principi divini che sottostanno al processo genetico della manifestazione, si siederà sul seggio del Tempio tenendo ben separati, nelle due mani, lo scettro ed il flagello. In questo caso la forma deve scomparire e la potenza originaria ritorna duale. Azione e Reazione tornano allo stato originale a simboleggiare la Natura Naturans, le forze operanti. Gli arcana, come diceva Paracelso, le cose nascoste che non riusciamo ad avvertire con i nostri occhi, vengono liberate per ritornare al loro stato originale. Entra in azione il tipo di conoscenza superiore, la conoscenza di volume, che coglie in fase presensoriale le forze che concorrono a formare la signatura.
L’aspetto della Croce, simbolo degli Enti Ternari che sono in manifestazione, porta con sé, nella sua forma, nel suo stretto simbolismo, il concetto di materializzazione, che non appartiene al numero 3, che immediatamente ne deriva. Il 3 contiene implicitamente il 4, per cui esso diventa il simbolo dell’incarnazione, dell’apparenza sensibile nel vero
senso del termine, il punto ove il fenomeno viene contemplato come cosa compiuta, fissa, immobile, determinata,vitalmente morta. Con il 4 nasce la Quantità Oggettiva, sinonimo di arresto, di cessazione di Attività Assoluta, perché quest’ultima viene risolta e cristallizzata in innumerevoli particolari. È Dio fatto Carne, é l’Essenza Una che tramite il Terziario si ritrova nel Quaternario delle manifestazioni sensibili ed oggettive; é la Sostanza, nella sua espressione completa.
Tanto che i Pitagorici, nella Tetraktys, videro l’eccellenza su tutti gli altri numeri, come dice Agrippa. Origine e capo di tutta la divinità e nello stesso tempo fonte perenne della Natura; Principio e Fine perché nella scomposizione teosofica del suo numero, compare l’1, il 2, il 3 ed il 4 che sommati danno il 10, la Decade, il numero universale ed il numero completo, perché dopo di esso non si conta più che per ripetizione.
Nelle figure geometriche il Quadrato venne assunto come il simbolo della Divinità nella sua totalità e rappresentò la figura dinamica per eccellenza, le cui diagonali, ovvero la Croce, hanno valore di radice di 2, simbolo della gestazione perenne. Radice che i Pitagorici non nominarono mai per reverenza.
Il Quattro é la Materia e la Sostanza nello stesso tempo e tutto ciò che esiste é implicito nel simbolismo del numero. Come implicito in esso é la rappresentazione concettuale della Divinità, sol che si consideri il Quattro nella sua potenza metafisica totale, come fecero gli antichi o nel suo lato solamente spirituale come fanno le religioni, o in quello di Materia, che ha dato nascita all’ultima religione dei nostri tempi: il materialismo storico.
Ma se il quattro é, per così dire, il primo numero materiale, i primi tre, di cui abbiamo finora parlato, come devono essere considerati?
Gli antichi li relegarono nell’impersonale, tanto che parlando di mondo trinitario non oggettivarono mai i simboli nascosti nei numeri (o Funzionalità Viventi), per cui i concetti correnti di Spirito — Anima — Corpo, impiegati generalmente dai nostri chiosatori, furono ben lontani dalla loro mentalità. Per i nostri padri essi furono simboli di Principi Viventi che sono alla base della costruzione universale e non confusero mai le cause con gli effetti, per cui il Sale alchimico non venne mai inteso come materia vera e propria, e nel caso dell’uomo, con il suo corpo, composto di muscoli, nervi ed ossa. Il Sale o terzo principio é la Forza di cristallizzazione che é insita in ogni ente che entra in manifestazione; é il suo potere di coagulazione ma non il coagulato stesso. È il seme sottile della Materia ma non la materia stessa, come il principio vitale che adombra Saturno non é la Pietra ma il potere di accentramento, tal quale le forze di cristallizzazione che tengono uniti gli atomi di un cristallo nel reticolo, ma non sono gli atomi stesso che lo formano.
Questo modo di pensare é di capitale importanza se si vuoi affrontare il campo del reale in termini concreti, poiché da esso può derivare un nuovo modo di conoscenza che trae spunto dalle sensibilizzazioni profonde che sono celate in noi. Pensare senza tentare di oggettivare tutto quanto cade sotto i nostri sensi o si presenta alla luce della coscienza, concetti compresi, significa avvertire, poco a poco, le forze vitali che sono alla base della creazione, e che a maggior ragione formano il nostro tessuto.
Da questo punto di vista il nostro corpo é il più prodigioso strumento che sia mai comparso sulla faccia della terra, e trova nel sistema simpatico tutte le ragioni che mente umana possa concepire.
Non oggettivare non significa non fantasticare, o tenere dentro di sé le cose rimuginandole o facendole rimbalzare nella cassa cranica (che a tale scopo diviene un perfetto specchio riflettente), bensì significa cercare di sentire nella propria interiorità, a seguito di una osservazione sensibile, ciò che si é messo in vibrazione-e come risuona. Non sapremmo come meglio spiegarlo poiché mancano purtroppo i termini, che sono pur sempre delle oggettivazioni, mentre il fatto intuitivo é una percezione soggettiva che estende il sistema conoscitivo dal cervello a tutto il corpo, che diviene uno strumento integrale di conoscenza. Significa, come dicono gli Egizi, capire il canto degli uccelli, ed ecco il vero e profondo significato iniziatico della rappresentazione di boschi e paludi popolate di uccelli, che si trovano nelle mastabe del Vecchio Impero. Questo simbolismo egizio si é tramandato di misteriosofia in misteriosofia fino a giungere al Cristianesimo medioevale, dove, per rappresentare la santità del suo figlio più prestigioso, S. Francesco di Assisi, lo si fa parlare con gli uccelli. E proprio per evitare oggettivazioni nascoste o indotte, non siamo molto propensi ai sistemi meditativi importati dall’oriente ove viene riflessa l’immagine del proprio io, che invece di diminuire acquista più forza, rendendo vano Io scopo che la meditazione stessa si prefigge.
Definire questi Principi trinitari, cristallizzandoli in un nome o in un concetto, risulta, pertanto, un non senso, e l’alchimismo medioevale, per rimanere fedele ai suoi assunti, diede loro nomi impersonali ed alquanto enigmatici, come Sale-Mercurio-Solfo. Paracelso, nel suo Trattata delle Tre Essenze Prime, li chiamò elementi costitutivi, principi: «Ogni cosa generata» inizia Paracelso, «e prodotta dai suoi elementi costitutivi, può scomporsi in tre elementi; in Sale Solfo e Mercurio. Si forma una congiunzione di questi tre elementi che costituisce un corpo ed una essenza unica. Questo corpo non è definito dalle sue proprietà particolari, ma secondo la sua costituzione ternaria».
È fin troppo chiaro come Paracelso non attribuisca a questi tre elementi costitutivi un significato oggettivo particolare, in quanto dalla loro unione nasce un corpo ed una essenza unica che si può dichiarare tale solo ed in virtù dell’intima unione di questi tre principi. Pertanto essi rappresentano dei principi di universalità, e pur essendovi, secondo quanto dicono gli alchimisti medioevali, tanti sali e tanti solfi derivati dal principio di analogia tuttavia essi possono essere ricondotti al loro principio unico, impersonale.
Così il Solfo, che possiede il carattere della positività, viene a rappresentare l’attività prima, l’iniziatore di un movimento e nello stesso tempo funge da supportatore al movimento stesso. Risulta essere il principio calorico che si trova alla base di qualsiasi sostanza universale e di cui ne costituisce il fondamento. Il Mercurio, come principio passivo, che si lascia incubare dal principio attivo e a cui oppone resistenza, avrà il carattere di un elemento concretizzatore, che raccogliendo in sé la potenzialità del principio attivo, fa sì che esso si sostanzializzi, corporizzando la spinta iniziale.
Fungendo da matrice, inoltre, concorre alla realizzazione pratica del movimento, quindi diventa un principio di aumento, di costituzione.
Il suo carattere passivo, negativo, ne fa altresì un principio di conservazione, di inerzia, che si oppone a qualsiasi variazione cinetica, divenendo un principio statico che non tollera alcun squilibrio.
Il movimento iniziale, rappresentato dal Solfo, viene equilibrato dall’inerzia che ripiega il movimento su se stesso. Se questo ritorno ciclico non esistesse l’universo si sposterebbe tutto in una direzione, facendogli perdere il suo equilibrio. Quindi ogni unità risulta una bilancia tra questi due estremi e si equilibra in questo suo intimo principio di contraddizione. Il Solfo é una inestinguibile volontà che crea, afferma, ama, in opposizione al principio di inerzia, il Mercurio, che tesaurizza, assimila i valori positivi, scomponendoli nei suoi centri minori, fissandoli, capitalizzando ciò che riceve. All’impulso attivo, concentrato nel Solfo, si contrappone la fase di inerzia, mercuriale, ove il fenomeno si racchiude in sé, ove lo sforzo creativo rallenta, il dinamismo sosta, il trasformismo si piega su sé stesso, facendo nascere il simbolismo della spirale. Simbolo che si trova alla base di ogni fenomeno, sia esso spaziale o temporale, che per questo principio di dualità appare come un incrocio e una contraddizione di termini alterni, ritmata e periodica. Così appare il moto dei corpi celesti, le cui orbite sono due mezze spirali opposte tra loro congiunte, così é il Tempo, che assume un carattere ciclico, rappresentato da continui ritorni su se stesso e non un eterno fluire possedente moto rettilineo, come siamo usi considerarlo. Così é il rapporto tra materia ed energia nei cicli energetici del mondo atomico ove la materia, attraverso stati di successive condensazioni, arriva ad un massimo di concentrazione e di inerzia, nell’Uranio, e l’energia che ne rinasce va verso un massimo di espansione e di attività.
Similare é il gioco dei cicli vitali del nostro pianeta, ove accanto alle piante che decompongono l’anidride carbonica composta dall’animale, e si nutrono dei suoi rifiuti, lo alimentano ritornandogli ossigeno, in un ciclo chiuso.
Su questa legge si basa la nascita e la morte, ove la nascita é condizione di morte e la morte é condizione di nascita e non vi é fucina di vita più feconda della morte, dalle cui rovine la vita continua a risorgere.

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