SIMBOLOGIA CELTICA Milanese – le dimensioni arrotolate

“O MADONNA INDORADA DEL DOMM,
FINA TANT CHE TE VEDI A LUSÌ
MI STOO BEN, SONT ALLEGHER, FOO I TOMM.
MA ON MOMENT CHE NO T’ABBIA PU TÌ
SOTT I OEUCC – O MADONNA DEL DOMM –
SENTI ON VOEUJ, GH’HOO ON MAGON DE NO DÌ.
SBERLUSISS, O MADONNA DEL DOMM !
CHE TE VEDA DE NOTT E DE DÌ!…
SENZA TÌ, MENEGHIN L’È PU OMM…
O MADONNA INDORADA DEL DOMM!”

(Emilio De Marchi)

Partiamo dal centro storico e primordiale di Milano, cioè il Duomo.
Prima dell’attuale imponente cattedrale, nella piazza attuale sorsero nei secoli precedenti due chiese più piccole: Santa Maria Maggiore e più indietro nel tempo Santa Tecla. Santa Maria Maggiore era chiamata “ecclesia hiemalis” (chiesa invernale), perché qui si officiavano i riti soprattutto d’inverno e perché tale chiesa era dedicata alla Maria Nascente che risorge al solstizio d’inverno. Notiamo subito che vicino alla piazza vi era un laghetto, che sottolineava l’importanza dell’acqua come via di trasporto, ma soprattutto come elemento purificatorio e magico, simbolo legato alla Madonna. Dobbiamo far notare che sia Santa Tecla che Santa Maria Maggiore erano entrambe dedicate alla Maria Nascente, e comunque al simbolo femminile per eccellenza, che si “identifica” nell’elemento acqua. Ma andando ancora più indietro, arriviamo a Santa Tecla che fu edificata su di un tempio romano dedicato alla dea Minerva. Questo a suo volta era stato edificato là dove preesisteva un tempio considerato dai romani “pagano”, costruito dai milanesi insubri, in onore della dea Belisama.
Non è un caso che l’odierna cattedrale ne ricordi la presenza, con la sacra Madonnina sul punto più alto del Duomo; questa costante presenza ci riconduce ad una delle divinità tenute in grandissima considerazione, dai fondatori della città di Milano. La dea Belisama aveva una duplice funzionalità: quella lunare che si identifica nelle peculiarità della madre col bambino, nella forte presenza di fonti sotterranee, e quella solare che si può identificare con la fertilità del territorio (ricco un tempo di boschi) e con lo spirito “solare”, allegro e bonario tipico dei milanesi.
La fonte battesimale del battistero di San Giovanni, di Santo Stefano e di S. Giovanni in Conca, testimoniano un culto matriarcale ben radicato nella popolazione milanese antica.
Il Duomo di Milano cela molti misteri, tra cui una interessante simbologia ispirata alle tradizioni celtiche lombarde, simbologia che i mastri comacini, primi edificatori della cattedrale meneghina conoscevano molto bene.
Essi infatti si ispiravano alla simbologia celtica pre-cristina, seguendo un sincretismo che troviamo ancora oggi nelle tradizioni cristiane e milanesi.
Non passa inosservata infatti l’imponenza delle colonne che si ergono dritte verso l’alto come per rappresentare una foresta di querce.
Questa pianta è stata da sempre sacra ai druidi, gli antichi sacerdoti dei popoli della Gallia Cisalpina e più in generale del centro Europa: il termine “druido” infatti deriverebbe dalla fusione di due termini celtici significanti Quercia e saggezza.
Ciò che si prova al cospetto di queste immense colonne e dei grandi spazi della cattedrale è una sensazione di totale immersione in un ambiente quasi naturale oltre che mistico.

All’esterno del duomo a lato del portone di destra troviamo una formella che simboleggia ancora una volta una quercia, si suppone che in questo luogo 3000 anni fa esistesse una foresta, dove gli insubri costituirono il loro centro religioso, o cromlech che doveva essere molto simile a quello in provincia di Como recentemente tornato alla luce in seguito a scavi archeologici.
All’interno del duomo invece in alto troviamo una serie di formelle molto differenti tra loro molte delle quali rappresentanti un trischele simbolo celtico per eccellenza.

Sul portone di destra, troviamo tra le varie raffigurazioni l’arrivo di S. Barnaba a Milano con alcuni Milanesi ancora intenti nell’adorare una scrofa di cinghiale. Nonostante questo portone sia di recente realizzazione, è chiaramente ispirato alla conversione dal culto pagano a quello cristiano iniziato dallo stesso S. Barnaba. Del resto, lo stesso simbolo appare in un bassorilievo in piazza Mercanti, su un muro del Broletto. Questo bassorilievo rappresentante una Scrofa di crinale semilanuta, fu invece rinvenuto in epoca medievale, durante gli scavi per la realizzazione del palazzo ed è di conseguenza molto più antico. La scrofa di cinghiale è infatti elemento centrale nella leggenda che racconta la fondazione della città di Milano.

Il battistero di S. Giovanni e Santa Tecla
Scendendo nei sotterranei del Duomo raggiungiamo prima il battistero di S. Giovanni.
In particolare, si sottolinea la pianta della fonte battesimale del Battistero di San Giovanni, che, notiamo essere a forma ottagonale. Originariamente era sorretto da otto colonne, oggi purtroppo scomparse.
Questa fonte era posta al centro, e si presume che sulle colonne fossero incise figure antropomorfe e iscrizioni in una lingua sconosciuta (forse il Leponzio).
Non abbiamo modo di poterlo verificare di persona perché non sappiamo dove siano state messe.
Perché l’otto ? perché nel simbolismo costruttivo le forme quadrate o cubiche rappresentano il mondo terrestre, mentre quelle circolari o sferiche il mondo celeste; il mondo intermedio viene rappresentato appunto dall’ottagono che costituisce una forma di transizione fra cerchio e quadrato. Tale funzione rappresenta, quindi, un passaggio tra un mondo e l’altro, una sorta di iniziazione. Questo Battistero, così costruito, assomiglia ad un Tempio il cui tetto era sostenuto da 8 colonne poggiate su una base quadrata.
Il numero 8 era associato, presso le popolazioni celtiche al mondo intermedio delle 8 porte, delle 8 direzioni, 8 festività, e degli 8 venti. La fonte battesimale costituiva un luogo di passaggio dal quale si passava da uno stato all’altro dell’Essere, da profano a sacerdote.
Lo spazio profano veniva consacrato per il tramite del Rito: la terra che per tramite dell’ottagono assume le caratteristiche del Cielo. Procediamo, quindi, verso il museo dell’antica cattedrale (Santa Tecla), dove troviamo alcuni reperti conservati dentro delle vetrine, senza attribuzioni a culture specifiche.
Sembrano essere queste, a prima vista, fibule celtiche straordinariamente somiglianti a quelle rinvenute alla Cà Morta presso Como, e fra queste vi è anche una figura antropomorfa raffigurante una divinità celtica importante che parrebbe somigliare a Belenos, il dio Sole. Ciò potrebbe derivare dal fatto che sotto S.Tecla, fu rinvenuto un tempio romano edificato in onore della dea Minerva/Atena, a sua volta costruito sui resti di un tempio pagano, costruito, come asserisce lo stesso G. Cesare, in onore di una divinità che gli Insubri identificavano in Belisama. Forse, come detto precedentemente, questa è una delle ragioni per cui uno dei simboli più importanti del Duomo è una figura femminile, situata sulla guglia più alta della cattedrale (la Madonnina).
In questo tempio vi erano delle insegne auree dette inamovibili che, all’arrivo dei romani, furono prelevate e nascoste in luogo più sicuro: purtroppo oggi non c’è dato di conoscere dove esse siano state portate.

I Triskell
Ritornando all’interno del Duomo possiamo notare, non senza fatica, rivolgendo il nostro sguardo verso il soffitto di destra, dei magnifici esempi di triskell, uno dei più antichi simboli celtici.
Il Triskell era un simbolo solare, che si esprimeva nel suo triplice vortice, e che manifestava i tre piani dell’esistente: quello Umano, quello Divino e quello della Natura. Il Triskell era l’incarnazione del legame insolvibile che esisteva fra queste tre differenti realtà.
Rappresenta il numero sacro tre, immagine speculare delle forze universali; rappresenta, inoltre, i cicli della natura, ed esprime la Luce interiore, vera e unica guida spirituale del singolo.
Elena Percivaldi nel suo libro “I Celti una civiltà europea”, alla sezione “I Celti e la natura”, (pagg. 31-35), ci descrive la qualità del rapporto confidenziale che esisteva tra Celti e Natura. Quella celtica era una civiltà con una religione basata sulla natura e ciò che li distingueva dalle altri genti era la sensibilità con cui guardavano ad essa e la loro ferma convinzione di esserne parte. Non in conflitto, quindi, ma in piena armonia.
“Tutte le manifestazioni della natura, erano vissute dai Celti come una incarnazione di quell’energia assoluta da loro chiamata Oiw (Dio) – che presiede alla creazione e alla distruzione del mondo – in un processo ciclico di nascita e morte che si rinnova ogni momento. Per comprendere appieno il rapporto tra ordine e caos ….. era necessario quindi trovare un punto fermo di osservazione, una sorta di centro di equilibrio, che veniva stabilito in un luogo scelto in base alla posizione geografica, alla presenza di particolari correnti di energia, alla vicinanza di fonti ritenute sacre e all’allineamento con alcuni astri o elementi del territorio considerati significativi. Fu proprio tenendo conto di queste circostanze che la tribù che avrebbe preso il nome di Insubri stabilì il sito esatto dove fondare la città di Milano”.

La sacra Quercia dei Druidi
Uscendo dal Duomo, osservando la facciata principale, troviamo varie formelle: fra queste ve n’è una posta sulla facciata del secondo portale d’ingresso, di sinistra. Questa, più di altre, è importante perché raffigura una delle piante più sacre dei Druidi: la Quercia dalle cui radici sgorga una sorgente.
Presso i Celti ogni pianta assumeva le qualità di una divinità specifica: incarnava il dio Dagda, divinità che presso i romani si identificava con Giove.
Dagda aveva come qualità la regalità, il sacerdozio, il potere di giudizio su tutte le altre divinità, sull’equilibrio della Natura e sugli Uomini.
Gli Uomini si rivolgevano ai Druidi (sacerdoti dei Celti) che a loro volta chiedevano consiglio a Dagda; solitamente le loro invocazioni venivano fatte all’ombra di una Quercia.
La Quercia era associata, secondo la tradizione celtica, all’inizio della stagione primaverile (che va dal 20 marzo al 20 aprile), in quanto simbolo di rinascita, forza e vigore. Forse non è un caso che entrando in Duomo si abbia la sensazione di essere di fronte ad una antica foresta di querce; infatti i Maestri Comacini che contribuirono alla realizzazione del progetto, all’orientamento e all’edificazione, ben conoscevano il valore che l’antica tradizione celtica attribuiva a tali piante.
“Il termine “Comacino” pare sia originario da “Comacineus”, ossia “Compagno di officina”, ed indicava coloro i quali lavoravano con strumenti di mestiere, originari di Como.
L’Unione dei Maestri Comacini pare essersi costituita prima dell’anno 1000 d.C. Negli Atti del Duomo si parla del “Modello del Tempio”, eseguito dal Gramodio ed in essi è trascritto l’invito del 3.2.1382 ad osservare quel modello ai Fratelli agli Ingegneri ed agli altri Informati ai lavori: da questo documento si capisce anche come i Maestri fossero profondi conoscitori dell’antica Tradizione Celtica, tramandandone l’arte nell’edificazione ai posteri.” La divinità della Quercia, aveva la funzione di fare da tramite tra gli Uomini, la Natura e le forze cosmiche.
Questo accadeva durante la festività dell’Equinozio di Primavera, nella quale gli Uomini si “spogliavano” della loro Personalità per rivestirne una nuova per entrare in perfetta simbiosi con la Natura. Era usanza, infatti, impersonare differenti animali, durante il rito propiziatorio, per poter meglio comunicare con essa.
In questo periodo gli Uomini cercavano di lasciare da parte i propri pregiudizi, le proprie paure e abitudini personali, per incominciare una nuova Vita.
Sempre la Percivaldi nel suo libro, a pag. 178 “I Celti e le cattedrali gotiche”, ci informa su come vi fu una certa continuità culturale, religiosa ed artistica tra gli Insubri e l’arte gotica nella costruzione delle cattedrali.
“L’edificazione delle cattedrali avveniva solitamente in prossimità di luoghi considerati sacri e magici per la presenza nel sottosuolo di particolari vibrazioni energetiche (magnetismo tellurico); altre caratteristiche erano date dall’orientamento verso alcune stelle considerate di particolare interesse, ed ancora in base alla presenza di fonti e corsi d’acqua ritenuti benefici. La maestosità e la verticalità di alcune cattedrali come Chartres e Milano, aveva come funzione quella di fare da catalizzatore per captare le vibrazioni provenienti dal Cosmo per congiungerle con quelle telluriche. Creavano, in altre parole, una sorta di cassa di risonanza che congiungeva la Terra con il Cielo”. Il Duomo di Milano è stato edificato su di una chiesa preesistente: una leggenda sostiene che nei sotterranei si nasconda un lago circondato da colonne scolpite con strane e magiche figure, ove sarebbe custodito il simulacro di una Vergine nera che era molto venerata presso le popolazioni celtiche.
Sempre sulla facciata del Duomo possiamo notare varie figure di draghi e serpenti, presenti in Italia soltanto su questa cattedrale. Ebbene, questi simboleggiano il potere della Madre Terra che i Celti veneravano più di ogni altra, nutrice di tutta la Natura, Uomo compreso. Queste figure emblematiche rappresentano simbolicamente l’energia che ci trasmette la terra sulla quale viviamo e il potere di trasformazione.

La scrofa semilanuta: simbolo primordiale della città
Muovendoci successivamente verso Piazza Mercanti, incontriamo quello che si può ragionevolmente definire il più antico e venerato simbolo di Milano: la scrofa semilanuta. Questo simbolo raffigura la scrofa semilanuta bianca, primo vero simbolo della città. Una delle leggende meglio conosciute, ci narra di Belloveso che, giunto nelle terre d’Insubria, chiamò a sé i sacerdoti perché chiedessero consiglio agli dei per scegliere il luogo ove far sorgere il villaggio: gli dei accolsero le invocazioni e decisero di mandare un loro messaggero rappresentato, appunto, da una scrofa semilanuta bianca, che si soffermò accanto ad una siepe di Biancospino. La scelta della femmina del cinghiale non è per nulla casuale, perchè la scrofa bianca è da sempre animale totemico della Grande Madre, ed è il suo simbolismo ctonio per eccellenza legato alla dea Belisama chiamata presso le popolazioni celtiche “la bianca signora delle acque Primordiali”.
I sacerdoti, innalzando successivamente sul luogo prescelto, una pietra (menhir) che resero sacra, mediante un rituale, e attorno a questa vi fecero costruire un recinto ottenuto con il legno del nobile Biancospino, pianta sacra della dea Belisama.
Questo villaggio fu chiamato “Medhelan”, ossia “centro di perfezionamento”.
La scrofa, abbiamo detto, è legata alla dea Belisama, simbolo lunare: ebbene, in quel luogo fu rinvenuto uno specchio d’acqua sorgiva che, si diceva, fosse miracolosa.
Le vie come Pantano e Laghetto ce ne ricordano la presenza.
El Bissun
Un altro simbolo di Milano è quello che troviamo rappresentato sullo stemma visconteo che, pare, fosse un simbolo preesistente. Questo stemma rappresenta un drago attorcigliato, con in bocca un saraceno.
Una figura simile, in bronzo, la ritroviamo conservato nella cattedrale di Sant’Ambrogio.
Il “Biscione” comparve nello stemma dei Visconti intorno al 1100, in sostituzione di sette corone d’oro in uno scudo d’argento che era stata l’insegna nobiliare viscontea fino a quel tempo. Dopo una crociata “el Bissun”, in milanese, si ritrovò in bocca il saraceno a significare la forza mangia-arabi dei conti di Angera, che sarebbero divenuti poi duchi di Milano.
Il Serpente, presso la tradizione celtica, era parte integrante del Dio Cernunnos, il dio dalle corna di cervo, che si muove sinuosamente a spirale a rappresentare il ciclo della Vita, il tempo, il cambiamento e la perpetua trasformazione di tutto ciò che Vive.
Cernunnos viene solitamente rappresentato, seduto, con in una mano un torques (una pesante collana spesso realizzata con fili intrecciati di rame o d’oro) e nell’altra, appunto un serpente, simbolo delle forze ctoniche della Dea Terra, ma anche dell’Uroboros, serpente Primordiale che presiede alla Creazione del mondo conosciuto. È interessante notare come si possa intravedere un parallelismo tra il Biscione di Milano e il serpente tenuto in mano da Cernunnos.
Cernunnos è il Signore degli animali, il Grande Serpente, colui che da la Vita, il simbolo principe degli Inizi, dei Primordi, la rinascita e la trasformazione ed in sostanza il Risveglio di tutte le creature.
Rappresenta l’unione del Divino (forze cosmiche) con la Madre Terra (le forze telluriche).
Simbolo non voluto per caso ma per la necessità di trasmettere un Pensiero, un’Idea che si doveva concretizzare mediante un simbolo chiaro da cristallizzare nella memoria dei posteri.

El Tredesin de Mars
Proseguendo verso S.Maria al Paradiso, in corso di Porta Vigentina al 14, all’interno della chiesa troviamo incastonata nel pavimento centrale una Pietra forata, con tredici linee incise. Secondo un’antica leggenda, il 13 marzo dell’anno 52 d.c. San Barnaba predicò il vangelo di Cristo in una radura poco fuori Milano: una località dove era ancora viva la tradizione celtica e nella quale alcuni cittadini si erano riuniti, pare, per una celebrazione attorno a tale pietra. Egli innalzò la croce, sopra la pietra forata, che ancora è venerata presso le chiesa. (In origine la pietra si trovava in S.Dionigi a Porta Venezia). Gli studiosi hanno formulato le più svariate ipotesi, legate al significato simbolico del numero tredici, uguale a quello dei raggi incisi sulla pietra, senza tuttavia prendere in considerazione un fattore astronomico di tali incisioni.
Perché proprio 13 ? una possibile spiegazione ci potrebbe essere fornita dall’Astronomia.
13 tante quante sono le stelle che formano la Costellazione della Vergine, che in quel periodo, il 13 marzo, era ben visibile. I Celti, come alcuni di noi sanno, erano soliti celebrare la ciclicità della Vita con le festività legate al movimento degli Astri e del Sole stesso.
È il simbolo del “porre la prima pietra” nella edificazione di città e templi. Ancora una volta si ritorna al simbolo della dea Belisama, colei che assicura la fertilità, l’amorevolezza, e la produttività.

La Cripta di S. Giovanni in Conca
Al centro di piazza Missori sorgono i resti dell’antica basilica paleocristiana di San Giovanni in Conca, illustre testimonianza di storia e arte milanese del IV° secolo d.C. Visitando il museo notiamo da subito alcuni pilastri portanti che sorreggevano la struttura della chiesa. Ebbene su questi vi sono raffigurate numerose stelle a sei punte, chiamate anche “ruota Solare”, simbolo diffusissimo nelle nostre zone di montagna e non solo. La stella a sei punte, come il triskell, è un simbolo solare che trasmette calore ma anche il rifiorire della Vita, la giovinezza, l’eterna Primavera. Tale simbolo rappresentava un’unione tra Cosmo e Natura scandendo i tempi ciclici dell’intera esistenza Umana. La sua grande importanza ci è testimoniata, oggi, dalle sei Porte altomedievali, presenti a Milano; sei percorsi che si congiungevano nel cuore della città: il vecchio Broletto.
Altri elementi celtici ci sono dati dai motivi ornamentali che raffigurano due cani, in perfetto stile celtico: il cane è uno fra gli animali più sacri che stanno a guardia delle porte del tempio e ci proteggono da ogni malanno.

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