IL SIGNIFICATO ESOTERICO DELLA SPADA (di: Julius Cohen – rivista Kemi Hathor n°14 – 1985)

La spada è una croce, caratterizzata dall’equilibrio di elementi maschili e femminili, arma che in senso alchemico guarisce e risana, simbolo della “via secca” o di Marte.
Ancor oggi, alle soglie del 2000, il fascino della spada appare intatto; sì che non v’è esercito, per moderno che sia, che osi separarsene del tutto, mentre i bambini si estasiano allorché vedono in TV i loro prediletti ed avveniristici robot che si affrontano in apocalittici combattimenti facendo prevalente ricorso, specie nelle fasi decisive, a tale antichissima arma.
Ma come mai? E, anzitutto, cos’è la spada? Negli Eserciti d’oggi, è poco più d’un cimelio, di cui quasi nessuno ricorda il primigenio significato sacrale. Ma una volta non era così, ed anche da noi fino a pochi decenni or sono, mal incoglieva a chi, abbassandola di scatto nel prescritto segno di saluto, commetteva l’errore di toccare terra con la sua punta: errore grave, poiché alla lama veniva attribuito un carattere sacro, sì che era debito d’onore il preservarla accuratamente da qualsiasi contatto contaminante (ivi incluso, ovviamente, quello con l’elemento “Terra”, da sempre ritenuto simbolo della densa materialità, e di tutte quelle brame infere ed egoistiche che in lei sogliono annidarsi).
Altra imperdonabile mancanza era il lasciare che il suo immacolato splendore venisse offuscato da rossastre ed opache macchie di ruggine, poiché tali “lebbre”, come noto, sono dovute all’azione corrosiva esercitata dall’umidità sul Ferro, ossia, in senso traslato, dalle passioni nascoste nelle Acque del Divenire. Circa l’origine della spada vi sono molte leggende. Alcuni popoli la riconnettono alle meteoriti, ossia al “ferro caduto dal Cielo”, e la considerano quindi come un dono degli Dei ed un condensato di potenza uranica. Altri invece la ritengono essere un frutto del seno della Gran Madre Terra, nella cui umida oscurità il seme del Ferro giungerebbe lentamente a maturazione, in attesa di essere estratto dall’uomo e lavorato con la forza misteriosa del Fuoco e secondo i dettami dell’Arte. In Giappone, i mistici Zen (la dottrina a cui si ispirarono i Samurai) la dissero essere un lampo-archetipo che si sarebbe poi materializzato (od incarnato?) nel puro splendore della lama. Anche i Veda concordano nell’attribuirle un’origine divina, e narrano del Dio guerriero Indra che, nel combattere le Forze del Male, scagliò contro di loro il suo duplice fulmine (il vajra) che alimentato dalla forza infuocata dal Dio divenne quadruplo; e di queste 4 forme, 2 furono usate dai Brahamani (la casta sacerdotale) durante il sacrificio, mentre delle altre 2 si servirono gli Kshatriya (ossia i guerrieri) in battaglia.
La spada è dunque simbolo di vittoria non solamente sui nemici della carne ma anche su quelli dello spirito, sì che a lei giustamente fanno ricorso uomini d’arme e di religione; e fra questi ultimi, tanto per esemplificare, si citano i muezzin (che per affrontare i combattimenti spirituali impugnano la “sayful-Islam”, ossia “la grande spada dell’Islam”), e quei Sacerdoti cristiani che ancor oggi, a Cividale del Friuli, celebrano la “Messa dello Spadone” affiancati da un diacono che impugna con la mano destra un’antica spada e con la sinistra un Evangelario.
* * *
In effetti, la spada è una croce: la lama rappresenta il palum ed il traverso dell’impugnatura è il patibulum.
Ne deriva che, sul piano esoterico-operativo, la spada va considerata come una forza perfettamente equilibrata, in cui l’irruento impeto marziale della lama è raffrenato, e guidato, dal dolce e femminile controllo del traverso, potremmo anche dire che, in quest’arma, i due bracci del traverso simboleggiano le quiete virtù femminili della Fede e della Speranza, che fanno da sostegno e guida all’infuocata Carità della lama.
Ecco dunque perché la spada è sempre stata così stimata: proprio per queste sue caratteristiche di equilibrio, che invano ricercheremmo nella lancia o nel giavellotto, entrambe armi squisitamente maschili, e quindi assimilabili ad un’azione scatenata senza alcun controllo d’ordine superiore.
Il guerriero leva la spada in alto, nei Cieli, quasi ad attingervi tutta la sua forza, e dopo essersi così caricato di potenza superiore ed uranica (ossia: non appena terminata questa prima fase di “coagula”), provvede a concentrare tutta l’attenzione sull’obiettivo e cala un gran fendente, destinato a dissipare tutte le energie sul nemico che gli sta di fronte.
È il “solve” che segue al “coagula”, è il compimento del lavoro fondamentale dell’Opera Ermetica, quello che consiste nella distruzione delle Forze del Male ovunque esse si trovino, in noi come fuori di noi; è, infine, la perfetta attuazione del dettato della Tavola Smeraldina, là dove suggerisce di afferrare quella “forza forte di ogni forza” che “dal Cielo discende sulla Terra e dalla Terra rimonta al Cielo, e raccoglie la forza delle cose Superiori e di quelle Inferiori”.
In termini/alchimici si può dire che nel ferro della spada è il suo Mercurio, specie quello di natura superiore, che sull’Albero della Vita della Cabbala ebraica corrisponde al Sephirah di Netzach, il cui nome-Dio, non a caso, è Deus Sabaoth (che significa: “il Dio degli Eserciti”).
Netzach: ossia Venere, la Dea del puro Amore e quindi della Vittoria della Forze del Bene su quelle del Male, la Dea in cui l’aristocratica ed eroica Roma Imperiale riconobbe il “genio” della sua stessa razza, onorandola come Venus Victrix, la “Venere Vincitrice”.
“Vincitrice”: attributo che ben si attaglia alla sposa di Marte, a colei che rappresenta la “potenza in azione” del Dio della guerra.
Venere Vincitrice: ed è giusto anche perché, a ben guardare, la forza di Vittoria non origina in noi, ma nei Cieli, nel Regno di Dio e degli Eroi; sì che a noi è chiesto unicamente di saperci aprire a queste forze mercuriali e transumananti, per riceverle in un impeto di puro amore e di totale dedizione e sacrificio di se stessi.
Per questo, secondo Erodoto, così Temistocle avrebbe detto, parlando delle sue vittorie militari: “non noi abbiamo compiuto queste imprese, non noi ma gli Dei e gli Eroi”; e per analogo motivo, poi, i Templari del Medio Evo avrebbe scelto come loro motto il primo versetto del Salmo CXV, quello che recita non nobis, Domine, non nobis, sed Nomini Tuo da gloriam (ossia: “non a noi va la gloria per le nostre imprese, o Signore, ma a Te che dall’altro del Regno dei Cieli guidi ed ispiri le nostre azioni”).
In conclusione, si può asserire che la spada del guerriero non è un volgare pezzo di ferro, ma un prezioso strumento magico capace di attrarre su di lui la “gloria”.
“Gloria” intesa nel suo senso più alto, ossia come Fuoco di origine celeste che dà prodezza e vittoria a chi lo possiede (o se ne fa possedere), e che poi, al momento della morte, lo rapisce su in alto nei Cieli: come le Valchirie nordiche, come le Fravashi iraniche o le Uri dell’Islam; o come Marte che, durante una tempesta, prese sul suo carro di fuoco Romolo e lo portò fra gli Dei. Quanto sopra, poi, spiega perché gli antichi guerrieri si facessero seppellire avendo vicino la loro spada (il miglior viatico per l’aldilà), o i cavalieri di una volta la ricevessero piamente inginocchiati davanti all’altare… e all’altro talora riconoscenti la restituissero, quale più prezioso ex-voto di cui potessero disporre.
Per questo, inoltre, ogni cavaliere degno di tal nome nutriva un attaccamento quasi morboso per la sua spada. Come Rolando che a Roncisvalle sembra preoccuparsi non tanto per la sua prossima morte, quanto, piuttosto, del pericolo che Durendala, la sua bella e santa spada, potesse cadere in mano agli Infedeli.
E come Re Artù che, ferito mortalmente alla battaglia di Salisbury, così si rivolge alla sua spada parlandole come a una dolcissima amica: “Escalibur, mia buona spada, la migliore che vi sia mai stata salvo quella dalle strane cinghie, tu stai per perdere il tuo padrone e giusto signore!”; e poi la affida al fedele Gifflet pregandolo di gettarla nelle profonde Acque del Lago (e cioè in quell’elemento primordiale da cui inizialmente era stata tratta) affiché nessuna mano impura mai la contamini.
Poiché la spada — ormai è chiaro — altro non è che l’anima del guerriero. Ed ora che sappiamo questo, ci sarà anche più agevole comprendere il significato di quei racconti alchimici orientali in cui/si parla di Maestri capaci di ” risolversi col cadavere e con la spada”: ossia capaci di trasmutare col corpo fisico (il cadavere) e col Mercurio (la spada), rendendo entrambi in tutto e per tutto eguali al purissimo Zolfo. Ma ogni cosa, come noto, trae luce dal suo aspetto speculare; sì che anche la comprensione di Venere-Netzach (di cui sopra si è detto) si perfeziona e completa mediante lo studio del Santo Nome di Marte-Geburrah, ossia di quel Sephirah che gli corrisponde simmetricamente rispetto al centro dell’Albero della Vita della Cabbala (centro la cui ubicazione è il Sole-Tiphereth, e la cui virtù, non a caso, è la “Devozione alla Grande Opera”).
Geburrah, ossia Marte, il Dio guerriero.
Geburrah che tra i suoi simboli ha anche quello della spada, che peraltro qui deve essere intesa nel senso coercitivo, di rigore e di “coagula” (“coagula” contrapposto al “solve” ed al flusso di amore emanante da Venere). Geburrah, è infatti il compendio di quelle virtù spartane che distinguono ogni buon cavaliere, nonché il rigoroso controllo che ogni uomo può e deve esercitare sui suoi appetiti inferiori.
Geburrah, in altri termini, è l’uccisore del Drago ed il chirurgo celeste che estirpa senza pietà il Male, risultando distruttivo unicamente per tutto ciò che è temporale in senso inferiore.
La sua spada è ferreo rigore ed uccisione del proprio Io egoistico, e senza il suo aiuto vano è sperare di riuscire a compiere progressi sul cammino dell’Opera Alchimica.
Per concludere, potremmo anche dire: Netzach è la spada sollevata alta nei Cieli prima di calare il fendente, mentre Geburrah è la forza scatenata del fendente stesso.
Ma, come di consueto, anche lo studio dell’etimologia può aiutare a meglio comprendere il vero significato (specie sul piano spirituale) dell’arma di cui trattasi. Spada, viene dal latino spatha, a sua volta originante dal greco, che significa “strappo, svello, estraggo”. La spada è dunque qualcosa che uccide “strappando, svellendo, estraendo”: separando il puro dall’impuro, potremmo anche dire, usando la terminologia alchimica.
La spada è come un fuoco che penetra nelle cose mortificandole e mutando le loro proprietà, è un mirabile solvente che agisce sui corpi sciogliendoli ed aprendoli; a lei ben si addicono, quindi, queste parole tratte da un’opera di Limojon de Saint-Didier: “è la prima chiave, la chiave che apre le oscure prigioni nelle quali è racchiuso lo Zolfo”.
Occorre inoltre tenere presente che la spada è un’arma a doppio taglio sì che, come la bipenne, ben si presta ad indicare il doppio potere, e la doppia esigenza, di uccidere e di guarire.
Quanto al motivo per cui si rende necessario disporre di questo doppio potere, appare evidente da una favola di Jacques Tesson, in cui si narra di un bonario Drago (l’anima dell’uomo) che, accucciato in fondo ad un’oscura caverna (il corpo fisico), così dice all’Alchimista: “Bisogna che tu comprenda che io provengo dalle regioni del Cielo e che sono caduto quaggiù, in questa caverna della Terra, dove mi sono nutrito per un certo tempo; ma ora non desidero nient’altro che di tornare lassù; e il mezzo per fare questo è che tu mi uccida e poi mi faccia resuscitare, e che mi faccia resuscitare con il medesimo strumento con cui mi avrai ucciso. Poiché, come dice la bianca colomba, chi mi ha ucciso, mi farà rivivere”.
Per esprimere la medesima verità, su un bassorilievo alchimico ubicato nel Castello di Dampierre-sur-Boutonne in Francia e raffigurante un braccio impugnante una spada, è scritto PER-CUTIAM ET SANABO (“colpirò e guarirò”), per indicare l’esigenza di estrarre il Mercurio dal Corpo affinché, una volta cessata l’azione nefasta dell’organismo animale sulla Forza Vitale, anche tutti gli altri principi superiori dell’uomo possano risultare finalmente liberi di agire ed esplicare appieno tutte le loro capacità di Vittoria.
Si può anche dire che, una volta aperta “la prigione”, il Mercurio torna allo stato libero, alla possibilità vitale pura e non determinata, ed in tal modo anche lo Zolfo interno trova aperta la via per agire secondo la sua natura divina ed operare le più ardite trasmutazioni.
“Uccidi il morto (ossia i desideri fisici, inferiori, propri della pura animalità) affinché il vivo (ossia il puro elemento Spirituale in noi) risorga”, dicono frequentemente i Maestri ermetici per spiegare l’arcano della Morte Filosofale, mediante la quale l’Anima, tutta raccolta nel suo splendido potere, si slaccia dal Corpo per congiungersi alle Potenze celesti (nella morte fisica avviene, invece, l’opposto , poiché è il Corpo, ormai indebolito, che si separa dall’Anima).
Quanto sopra, pur già di per sé evidente, è ancor meglio chiarito dai seguenti concisi ed autorevoli asserti:
— “da ciò i Magi risuscitarono la Vita mediante la Morte” (I. Filalete, Introitus apertus, para. XI);
— “la Morte è il solo mezzo mediante il quale lo Spirito (può cambiare di forma” (J. Bohme, De Signatura);
— “la generazione (iniziatica) si ha quando la Materia è in completa dissoluzione, che (i Filosofi) chiamano putrefazione o nero nerissimo” (Pernety, Dictionnaire, ecc.”);
— Flamel, nelle sue Figure geroglifiche, dice che “la dissociazione è detta Morte, distruzione o perdizione poiché le nature cambiano di forma: calcinazione e denudazione”;
— “ed allora — afferma infine
Flamel nel Désire désiré — allora l’Acqua sarà spirituale con potere di convertire le Nature in altre Nature”.
Spada, dunque, come agente trasmutatorio capace di attingere in Cielo quelle purissime e possenti energie che sempre ci occorrono, e di portarle poi ad agire qui, entro di noi, fino ad operare il grande miracolo della trasmutazione alchimica: quella per cui il Piombo diviene Argento, e poi da Argento (e con l’Argento) si trasforma in purissimo Oro, capace di convertire nella sua Natura tutte le altre Nature.
PERCUTIAM ET SANABO, si è detto: ma questo scopo, questa operazione alchimica, può essere ovviamente ottenuta facendo ricorso ad altri strumenti, oltreché alla spada.
Con la falce di Saturno, ad esempio, o col martello di Thor, o con le forbici delle Parche, e così via. Insomma, con tutto quel complesso armamentario distruttivo di cui si fa menzione nei testi ermetici.
Si, è vero, ma la spada ha un suo preciso significato, sì che di solito, quando la si cita, si intende fare riferimento ad una particolare modalità di compimento dell’Opera Alchimica, che è quella comunemente nota come “via secca”, e tutta sostanziata di bruciante azione.
La spada è infatti, fuor di dubbio, un’arma, sì che il solo nominarla richiama alla mente il concetto di guerra, intesa sia in senso letterale che in senso metaforico, ossia lotta spirituale contro il proprio Io inferiore, in cui l’uomo impiega le forze positive di autosuperamento e, con la totale rinuncia di se stesso, transumana in Eroe, ed il suo oscuro Piombo diventa splendido e luminoso Oro.
Come la guerra, ovviamente, vale il Martirio — purché serena-mente e scientemente accettato — e, presso gli antichi Greci e Romani, valsero anche i Giochi sacri, in cui l’atleta si impegnava psichicamente e fisicamente fino allo spasimo.
I Giochi: quelli che i Latini dicevano “ludi” (da “luo”, luvo, purgo, espio, sciolgo), poiché l’anima di chi vi partecipa deve sapersi sciogliere dal dominio di corpo, prendere il sopravvento su di lui e guidarlo, trasfondendogli tutte le sue energie (e quelle assunte dall’altro!) ed il suo ferreo volere.
Nell’anima dell’atleta (come del guerriero) è il segreto di ogni Vittoria: sì che a Roma, nel Campo di Marte, delle spade infisse a terra furono usate per indicare le metae (la spada infissa a terra, infatti, è il’simbolo del l’anima che “fissa” l’elemento Terra: e questa operazione di “fissaggio” altro non è, in effetti, che la nostra sublime meta). Nei Giochi l’anima è l’auriga, ed il corpo il cavallo; e l’importanza del primo è tanto preminente rispetto a quella del secondo, che l’ignoto scultore della statua dell’Auriga rinvenuta a Delfi lo ha raffigurato immobile, olimpico, transumanato, con le redini in mano… omettendo del tutto quei destrieri che pur, razionalmente, avrebbero dovuto esservi attaccati, ma che così poco contano sul piano della realtà spirituale e della conquista dell’ambita Vittoria.
La via “secca”, ossia di Marte. Poiché Marte (il Dio del Ferro e della guerra), secondo quanto afferma il Boehme nel suo De Signatura, è un metallo dalla cui tintura, se si riesce ad estrargliela, si può assai facilmente ottenere un purissimo Oro.
Ciò significa che chi desidera giungere alla perfezione può benissimo tendere a coltivare in sé l’elemento virile e guerriero (Marte), avendo peraltro cura di separarlo dalla sua condizione corporea e di purgarlo da quei difetti di ira, orgoglio e superbia che purtroppo assai spesso gli sono congeniti.
Purgare il Ferro dalle sue lebbre, ossia indurirlo, temprarlo di fronte alle tentazioni sempre insorgenti dal basso.
Tecnicamente, sia in metallurgia che in alchimia, ciò si ottiene operando con l’Acqua e col Fuoco (trattamenti di “tempera”), fino a conseguire quella particolare durezza che caratterizza i migliori acciai.
All’Acciaio dei Saggi” il Cosmopolita riferisce la simbolica virtù del Magnete, da intendere come durezza trascendente del Mercurio dominatore e dello Zolfo incombustibile; quanto al Filalete, nel suo Introitus apertus così si esprime : “Il nostro Acciaio è, dunque, la vera chiave dell’Opera, senza di che è del tutto inutile accendere la lampada o il fornello filosofale.
È la miniera dell’Oro, è Io spirito più puro fra tutti, è un Fuoco infernale e segreto,ed anche, nel suo genere, estremamente volatile. E, infine, il miracolo del mondo e l’insieme delle virtù superiori negli esseri inferiori”.
La via seccar ossia la via guerriera e regale, da sempre contrapposta, come alternativa, alla via umida, detta anche femminile o sacerdotale ed assai più lunga, ancorché meno difficile.
“Via dell’azione od Occidentale” la prima, e “via della contemplazione od Orientale” la seconda. La prima, la secca — quella della spada — oggi è praticamente desueta. Eppure una volta fu assai in auge, e la seguirono in massa i Templari, ed i veri “Signori della guerra”: coloro, cioè, che scendevano sul campo di battaglia non per sete di potere, di denaro o di ambizione egoistica, ma unicamente per donarsi e sacrificarsi, per conseguire una più alta forma di vita spirituale. La via guerriere della spada: e tale è il suo fascino, e il suo pregio, che nelle Upanishad così è scritto: “non vi è nulla di superiore all’aristocrazia guerriera, ed il Sacerdote venera umilmente il guerriero quando questi è consacrato Re”.
“Quando è consacrato Re”: ossia quando ha conseguito la gloria dell’Opera alchimica.
Tale è la via aperta dalla spada.

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